I ribelli nel bunker di Gheddafi
La lezione di Baghdad
L’esultanza per l’entrata a Tripoli dei ribelli, che rende irreversibile la sconfitta della dittatura libica, si tinge già di preoccupazione. La lezione irachena ha insegnato che entrare nella capitale nemica non basta per risolvere la questione politica della stabilizzazione di un paese diviso in etnie contrapposte.
13 AGO 20

La differenza principale, naturalmente, consiste nel fatto che a entrare nella capitale sono state formazioni libiche e non un esercito americano. Questo fatto, però, se ha un aspetto positivo, perchè impedisce di attribuire il crollo del regime di Muhammar Gheddafi alla cosiddetta “aggressione occidentale”, pone anche angosciosi interrogativi. Il rischio di un bagno di sangue, di vendette tribali, religiose, personali, giustificate dalla lotta rivoluzionaria al regime è tutt’altro che escluso. Anche in Italia le giornate successive alla Liberazione furono costellate da episodi di vendetta e di sangue, talora accompagnate da esibizioni orripilanti. In Libia la stessa configurazione delle forze che sono alla guida della ribellione è assai articolata e per certi aspetti ancora confusa e sconosciuta. Già nelle scorse settimane si sono verificati episodi allarmanti, come l’agguato che ha ucciso uno dei leader della ribellione, il che può far temere che, finita la lotta al regime, se ne apra un’altra per stabilire a chi spetta il potere e il controllo delle immense risorse energetiche del paese.
L’occidente ha un credito esigibile, almeno sul piano politico, per l’appoggio che ha dato ai ribelli, ma ha pochissimi strumenti per influire effettivamente sulla situazione che si sta creando. Dispone dei beni sequestrati ai maggiorenti del regime sconfitto, può effettuare interventi umanitari, ma non avendo truppe sul campo può soltanto affidarsi alla diplomazia, ai servizi, alle relazioni politiche, per cercare di contribuire a una transizione meno sanguinosa possibile e per evitare che le tensioni tribali aprano una sorta di prospettiva somala, che non può essere esclusa a priori. Le molte incognite, naturalmente, non possono offuscare il valore della vittoria, che tuttavia è il punto di partenza di una nuova fase densa di interrogativi e di problemi. Illudersi che di per sè l’abbattimento del regime porti automaticamente a un processo democratico sarebbe ingenuo: la lotta per il potere in Libia non sarà affidato a procedure elettorali, almeno in primo un periodo e bisognerà attrezzarsi per cercare di indirizzarla su un terreno pacifico, il che è tutt’altro che scontato.